T. S. Eliot Prize nel 1194. Premio Pulitzer nel 2003. Recentemente definito dal prestigioso settimanale britannico “Times Literary Supplement”, particolarmente attento al panorama letterario e poetico internazionale (contava nomi come T. S. Eliot, Henry James e Virginia Woolf), come il più significativo poeta di lingua inglese nato dopo la Seconda guerra mondiale. Lui che inglese non è.
Tutto questo è Paul Muldoon. E non solo.
Nato in Irlanda del Nord nel 1951, è poeta, ex giornalista della BBC, chitarrista di una rock band.
Nel 1986 si trasferisce negli Stati Uniti, dove diventa una figura alla quale è tributata una grande visibilità mediatica, fatto alquanto inusuale per un poeta-accademico in terra americana. Tuttavia i suoi testi non possono certo dirsi adatti a lettori sprovveduti: di natura ostica e complessa, richiedono una certa competenza in materia; basti pensare alla scelta di utilizzare le rime e il sonetto tradizionale in tutte le sue opere. Il risultato è una creazione in cui quattordici versi, lungi dal rappresentare una gabbia rigida, sintomo di eccessivo formalismo, rendono la composizione di un’eleganza e una fluidità straordinarie.
Ma la sua poesia non è solo forma, è anche esercizio di libertà.
In un intervista scrive:
˂˂ La poesia è libera di essere qualsiasi cosa. Ognuno di noi ha la possibilità che la poesia lo renda più libero˃˃.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se siano conciliabili i due aspetti della libertà e delle regole formali all’interno di tutte le sue raccolte. Nella stessa intervista scrive ancora:
˂˂ Gli aspetti formali di una poesia sono irrilevanti. Può essere un pezzo tradizionali di versi in rima o un pezzo di versi liberi. Questa è l’ultima cosa che si vuole conoscere, o dire, su una poesia˃˃.
Poeta di regole, poeta di libertà, poeta mediatico.
Le sue poesie vengono infatti declamate alla Casa Bianca come in popolari show televisivi, cosa alquanto improbabile in un paese come il nostro. La strada sembra lunga, se non altro però ci lascia la speranza che la poesia potrà ritagliarsi, anche in Italia, uno spazio nella cultura popolare, e non rimanga un appannaggio di pochi interessati come lo è adesso.
La poesia che segue ha il titolo di Beijing, preso dalla raccolta Horse Latitudes. L’opera appena citata è molto interessante in quanto è stata scritta nello stesso periodo in cui Bush annunciava l’invio delle truppe in Iraq. Non a caso, infatti, tutti i diciannove sonetti che compongono tale raccolta riportano il nome di un campo di battaglia, la cui iniziale è sempre la lettera “B” (Beijing, Baginbun, Blaye, Basra, Burma…)
Un altro elemento presente nella maggioranza delle poesie dell’ Horse Latitudes è il nome di Carlotta, che il poeta sembra accompagnare nell’inesorabile consunzione causata dal cancro.
Troviamo qui la trascrizione della poesia anche in lingua originale, cosicché la struttura e le rime possano essere giustamente valorizzate.
Beijing
I could still hear the musicians
Cajoling those thousands of clay
Horses and horsemen through the squeeze
When I woke beside Carlotta.
Life-size, also. Also terra-cotta.
The sky was still a terra-cotta frieze
Over which her grandfather still held sway
With the set square, fretsaw, stencil,
Plumb line, and carpenter’s pencil
His grandfather brought from Roma.
Proud-fleshed Carlotta. Hypersarcoma.
For now our highest ambition
Was simply to bear the light of the day
We had once been planning to seize.
Beijing
Potevo ancora sentire i musicisti
blandire quei mille cavalli d’argilla
e i cavalieri attraverso la strettoia
quando mi svegliai accanto a Carlotta.
A grandezza naturale. E di terracotta.
Era ancora un fregio di terracotta il cielo
sopra il quale suo nonno faceva oscillare
squadra, traforo, stampino,
filo a piombo e rigo da falegname
che da Roma il nonno di lui aveva portato.
Carlotta così segnata nella carne. Iper-sarcoma.
Così la nostra ambizione maggiore
era di sopportare la luce del giorno
la stessa che un tempo avremmo voluto cogliere.
